CORRESPONSABILITA’ E TRASPARENZA NELL’AMMINISTRAZIONE DEI BENI TEMPORALI

Anna Rue
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Il tema dei beni della Chiesa può essere definito sia come antico che come nuovo. È antico infatti perché sin dalle origini delle prime comunità cristiane si è compresa da parte delle stesse la necessità di instaurare un rapporto equilibrato con i beni, nella consapevolezza del loro fine e nel raggiungimento di una condivisione responsabile sempre avendo uno sguardo preferenziale nei confronti dei più poveri. La salvaguardia e l’oculata conduzione del patrimonio si sono infatti da subito rivelate un’esigenza imprescindibile per preservare la propria libertà e autonomia, e per assicurare l’annuncio del Vangelo attraverso anche la realizzazione di attività caritatevoli e missionarie. Ma è anche nuovo dal momento che, soprattutto negli ultimi anni, è diventato un tema centrale nella comunità cattolica che ha riscoperto la necessità che questi beni messi a loro disposizione, vengano utilizzati con sobrietà e con fedeltà totale alla missione evangelizzatrice che il Signore ha affidato alla Sua Chiesa. È la testimonianza evangelica della Chiesa infatti ad esigere che questi beni siano gestiti in piena corresponsabilità e trasparenza, nel rispetto delle leggi canoniche e civili e vengano posti a servizio di tante forme di povertà. La gestione dei beni dunque, è una vera e propria missione per la Chiesa che, come affermato dalla Gaudium et Spes «deve esprimere e servire quella comunione nella quale è costituito l’unico popolo di Dio». Sono pertanto i fini della Chiesa a dare consistenza e legittimità ai diritti ad essa propri di carattere economico, giustificando così l’esistenza di un patrimonio ecclesiastico. È …

Il tema dei beni della Chiesa può essere definito sia come antico che come nuovo. È antico infatti perché sin dalle origini delle prime comunità cristiane si è compresa da parte delle stesse la necessità di instaurare un rapporto equilibrato con i beni, nella consapevolezza del loro fine e nel raggiungimento di una condivisione responsabile sempre avendo uno sguardo preferenziale nei confronti dei più poveri. La salvaguardia e l’oculata conduzione del patrimonio si sono infatti da subito rivelate un’esigenza imprescindibile per preservare la propria libertà e autonomia, e per assicurare l’annuncio del Vangelo attraverso anche la realizzazione di attività caritatevoli e missionarie. Ma è anche nuovo dal momento che, soprattutto negli ultimi anni, è diventato un tema centrale nella comunità cattolica che ha riscoperto la necessità che questi beni messi a loro disposizione, vengano utilizzati con sobrietà e con fedeltà totale alla missione evangelizzatrice che il Signore ha affidato alla Sua Chiesa. È la testimonianza evangelica della Chiesa infatti ad esigere che questi beni siano gestiti in piena corresponsabilità e trasparenza, nel rispetto delle leggi canoniche e civili e vengano posti a servizio di tante forme di povertà.

La gestione dei beni dunque, è una vera e propria missione per la Chiesa che, come affermato dalla Gaudium et Spes «deve esprimere e servire quella comunione nella quale è costituito l’unico popolo di Dio». Sono pertanto i fini della Chiesa a dare consistenza e legittimità ai diritti ad essa propri di carattere economico, giustificando così l’esistenza di un patrimonio ecclesiastico.

È tuttavia indispensabile che la necessità dei mezzi economici e materiali, e ciò che comporta il cercarli, amministrarli o richiederli, non ecceda mai «il concetto dei fini a cui essi devono servire e di cui deve sentire il freno del limite, la generosità dell’impegno, la spiritualità del significato».[1] Da una parte infatti i soggetti coinvolti nell’amministrazione dei beni ecclesiastici si troveranno costretti ad entrare nel meccanismo delle leggi dell’economia moderna, e dovranno cercare di farlo con la semplicità e la prudenza proprie del discepolo del Signore. Dall’altra devono sempre essere consapevoli che possono correre il rischio di “perdere” la propria identità di “uomini di Chiesa” per trasformarsi in cattivi amministratori privi di punti di riferimento, cominciando ad agire difformemente da quello che è il precetto evangelico e la giustizia, inficiando così negativamente l’immagine della Chiesa. È pertanto necessaria una gestione attenta ed “illuminata” dei beni della Chiesa, rivestita di un carattere evangelico. Solo in questo modo la gestione di questi beni avverrà alla luce della missione di evangelizzazione propria della Chiesa. I fini quindi dei beni ecclesiastici sono anche le linee guida per una loro corretta gestione e, per i responsabili della loro amministrazione, comportano l’irrinunciabile salvaguardia dell’identità cristiana e cattolica, come presupposto della tutela dello stesso patrimonio.

L’amministrazione dei beni ecclesiastici si inserisce dunque in un contesto di comunione.

La necessità quindi di percorrere anche in questo ambito la via della comunione[2] in una stretta collaborazione intra-ecclesiale, considerando l’autonomia delle singole persone giuridiche, il rispetto delle volontà dei donatori, il principio di trasparenza finanziaria ed il rispetto della legittima legislazione civile in materia.

La comunione richiede che l’organizzazione della gestione dei beni temporali riesca a mostrare visibilmente tra gli uomini il mistero della Chiesa attraverso per esempio una mutua interiorità tra le dimensioni particolare e universale della Chiesa che impediscono un’autonomia totale. In questa “Chiesa comunione” tutti i battezzati hanno il proprio posto: il Papa come pastore supremo della Chiesa universale, i Vescovi come successori degli apostoli, i presbiteri come saggi collaboratori dell’ordine episcopale, i consacrati come profeti dei valori del Regno e i laici come membri attivi dentro il popolo di Dio. Tutti sono pertanto corresponsabili in quanto capaci di rispondere insieme di fronte ai bisogni delle persone e delle comunità. Questo riconoscimento a tutti i membri della Chiesa di un proprio posto nella missione salvifica comporta una “conversione ecclesiologica” che, partendo dalla consacrazione battesimale, riconosce e rispetta la vocazione di ciascuno. Ciò naturalmente alimentato dalla spiritualità di comunione proposta da Giovanni Paolo II nel 2001[3].

Il cammino proposto dal Papa ha delle conseguenze molto concrete. In particolare arrivare a sentirsi profondamente uniti e sentire l’altro come uno “che mi appartiene” ed insieme condividere ma anche aiutarsi arrivando così a considerare l’altro come un “dono per me”.

Questa teologia della Chiesa comunione ha naturalmente conseguenze anche nell’amministrazione dei beni. Importante infatti è il richiamo a Gaudium et spes che ci ricorda che chi partecipa all’amministrazione dei beni lo deve fare in modo tale che questi possano giovare non unicamente ai loro proprietari, ma anche agli altri[4]. Si legge negli atti degli Apostoli: «Ed erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere. Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli. Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (Atti 2:42-45).

Si ritiene inoltre fondamentale individuare nella corresponsabilità per la missione della Chiesa, che nasce dalla partecipazione battesimale al sacerdozio di Cristo, la possibilità di partecipazione di tutti i christifideles alla gestione dei beni della comunione, inclusi quelli materiali con la grande preoccupazione che vengano distribuiti uniformemente. Una Chiesa povera infatti, come quella tanto voluta da Papa Francesco, è una Chiesa che dedica tutti i suoi mezzi materiali alla sua missione, contenuta e limitata dai suoi fini con un’opzione preferenziale per i poveri e per i bisognosi. In questo senso nell’organizzazione dei beni ecclesiastici l’Ordinario dovrà prevedere che l’amministratore possa gestire i beni della persona giuridica in modo da coinvolgere l’intera comunità sia quando bisognerà prendere delle decisioni che quando bisognerà informare.

Attraverso la corresponsabilità si raggiungerà un’organizzazione capace di chiedere una collaborazione di tutti per il raggiungimento degli scopi comuni, ciascuno secondo la propria condizione e capacità. Non sarà necessario che tutti partecipino “attivamente”, ma pensare ad un’organizzazione di strutture comunitarie che possano valorizzare il contributo di ciascuno.

Punto di partenza è organizzare una collaborazione tra i diversi organi che espletano quelle funzioni specifiche affidate loro dallo stesso ordinamento. È il codice stesso che disciplina questa collaborazione che si esplica fattivamente in tutte quelle attività di “consultazione”[5] necessarie a garantire una corretta amministrazione. In questa attività consultiva infatti tutti i soggetti coinvolti di fatto partecipano alle decisioni dell’autorità in ambito di amministrazione dei beni ecclesiastici. Anche se non tutte “limitano” la libertà decisionale dell’Ordinario in quanto si esplicano in un puro parere, garantiscono comunque cooperazione e trasparenza dell’attività amministrativa dal momento che, laddove l’autorità dovesse assumere una decisione “diversa” da quella data dall’organo interrogato, dovrà comunque motivarla, e, pertanto, giustificare adeguatamente le proprie decisioni, nella consapevolezza di aver assunto una decisione che si discosta da quella “suggerita” e rispetto alla quale, pertanto, dovranno necessariamente sentirsi ancora più responsabili.

Le competenze proprie di ciascun organo saranno comunque garantite dai principi di autonomia e di sussidiarietà. Quest’ultima inoltre richiede che ogni ente gestisca i propri beni per l’utilità generale della Chiesa, evitando sia di coinvolgere enti “superiori” che rispondano dell’operato di quelli ad essi sottoposti, che, viceversa, i superiori rispettino l’autonomia degli enti inferiori. Tutti avranno determinate responsabilità e funzioni, ma tutti saranno nello stesso tempo corresponsabili attraverso un coordinamento dell’azione amministrativa tra i diversi organi e nella diligenza per il compimento delle proprie mansioni, nel rispetto quindi dei principi di trasparenza, competenza ed affidabilità.

L’Ordinario pertanto come il “buon padre di famiglia” deve essere capace di distinguere le competenze degli altri soggetti a lui sottoposti, affidando a ciascuno i compiti che meglio si adattano alle caratteristiche di ognuno, rispondendo di queste scelte e decisioni davanti alla persona giuridica stessa e a tutta la Chiesa, rendendo conto ai fedeli (Can. 1287, § 2 CIC) che contribuiscono con le proprie offerte.

L’amministrazione dei beni ecclesiastici in questo modo viene attuata come contributo necessario alla comunione. Infatti un’ amministrazione corresponsabile ha in sé tutti gli strumenti giuridici ed organizzativi per svolgere la sua funzione per il bene di tutta la Chiesa. Sarà poi compito dell’Ordinario operare nel governo nel segno della prudenza per garantire la giustizia nella gestione dei beni.

Il legislatore infatti ha posto nell’autorità di governo tutti gli strumenti necessari a compiere il suo munus in temporalibus in modo responsabile.

Spetterà allo stesso applicare correttamente le norme con la necessaria consapevolezza che potrà, anzi, dovrà, laddove ce ne fosse bisogno, richiedere la collaborazione di altri fedeli esperti. Con la necessità tuttavia di rivolgersi a persone qualificate che abbiano una sana conoscenza sia della norma civile dello Stato in cui l’ente si trova, che del diritto canonico.

Solo infatti una valida “collaborazione” tra questi due ordinamenti, potrà garantire, quanto più possile, un valido aiuto. “Parlare la stessa lingua” è ciò che più importa. Un professionista esperto nel diritto civile ma che non conosce le norme canoniche e soprattutto il significato loro sotteso, non potrà infatti mai aiutare positivamente un ente religioso, poichè le scelte verrebbero assunte solo in considerazione del puro dato normativo senza farsi giudare da quei principi ecclesiologici fondamentali che sono alla basa di una sana amministrazione dei beni della Chiesa.

Riuscire ad armonizzare le esigenze di guida della comunità verso la salvezza con quelle di gestione dei beni della stessa comunità sarà la prima manifestazione della prudenza pastorale dell’Ordinario e del buon governo della comunità che gli è stata affidata.

In un tale contesto di collaborazione e di corresponsabilità, la trasparenza nella gestione è un valore assoluto e necessario soprattutto quando di tratta di amministrare i beni di una comunità cristiana.

Necessità dunque di una limpida trasparenza di gestione sia ad intra che ad extra. All’interno soprattutto attraverso lo strumento dei bilanci preventivo e consuntivo e attraverso un preciso rendiconto ai fedeli della rendicontazione effettiva dei beni da loro offerti per le finalità della Chiesa. All’esterno invece, attraverso una documentazione chiara dei fini a cui il patrimonio ecclesiastico è destinato, dei beni economici che per tali scopi sono necessari e di come gli stessi consentano di fatto di raggiungere detti fini.

«A tutte le comunità deve essere dato conto, secondo le norme stabilite, della gestione dei beni, dei redditi, delle offerte, per rispetto alle persone e alle loro intenzioni, per garanzia di correttezza, di trasparenza e di puntualità e per educare un autentico spirito di famiglia nelle stesse comunità cristiane»[6].

Il principio della trasparenza rappresenta oggi una delle condizioni in assoluto più necessarie per la credibilità della Chiesa e, pertanto, per la riuscita finale di una nuova impostazione della relazione tra Chiesa e i beni temporali.

«Tenuto conto di come la realtà economica incide nel vivere e nel sentire degli uomini, riteniamo molto eloquente per la gente del nostro tempo e assai contribuente alla credibilità generale della Chiesa, che essa imposti in modo corretto il suo rapporto con i beni materiali e, proprio a partire da questo campo, mostri in modo sempre rinnovato la sua identità: un mistero di comunione che nasce dall’amore del padre, del Figlio e dello Spirito Santo e si incarna nelle comunità degli uomini che accolgono il dono della salvezza e si impegnano a trasmetterlo agli altri».[7]

L’invito alla trasparenza ed all’onestà è un motivo ricorrente nel magistero pontificio, soprattutto in quello di Papa Francesco che ne ha parlato di questi temi in diverse circostanze. Ma la stessa strada era già stata indicata da Benedetto XVI quando nel suo ultimo Angelus ricordò che «la conversione comincia dall’onestà e dal rispetto degli altri: un’indicazione che vale per tutti, specialmente per chi ha maggiori responsabilità». E ricordando la risposta di Giovanni Battista sui pubblicani aggiunse:

«A nome di Dio, il profeta non chiede gesti eccezionali, ma anzitutto il compimento onesto del proprio dovere. Il primo passo verso la vita eterna è sempre l’osservanza dei comandamenti; in questo caso il settimo: non rubare». In proposito il Pontefice ha poi citato anche la risposta del Battista riguardo ai soldati che ha considerato quale «altra categoria dotata di un certo potere, e quindi tentata di abusarne». Sono queste parole che il Papa ha definito sempre attuali: «non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Ha così osservato il pontefice che se considerati nell’insieme questi dialoghi colpisce una grande concretezza delle parole del Battista, dal momento che «Dio ci giudicherà secondo le nostre opere e, lì, nei comportamenti che bisogna seguire secondo la Sua volontà. Anche nel mondo attuale, così complesso, le cose andrebbero molto meglio se ciascuno osservasse queste regole di condotta»[8].

Onestà e trasparenza richiedono infatti dei comportamenti che siano moralmente orientati a stabilire un affidamento nell’altro per perseguire insieme finalità lecite e condivise che tutelano il diritto di partecipazione di ognuno alla vita della comunità ecclesiale. La trasparenza come «disposizione ad agire in modo che la luce della verità del Vangelo possa attraversare ogni prassi concreta e ogni motivazione in gioco quando si usano beni e risorse che appartengono alla Chiesa»[9].

La trasparenza e l’onestà sono sicuramente dei concetti morali dai quali comunque derivano anche effetti giuridici, soprattutto in un ordinamento quale quello canonico, all’interno del quale il fedele deve sempre agire in coerenza con l’insegnamento del Vangelo, con un’intenzionalità quindi sempre rivolta al prossimo e «poiché la struttura sociale della Chiesa è al servizio di un più profondo mistero di grazia e comunione, il Diritto canonico – in quanto ius Ecclesiae – deve essere visto come unico nei propri mezzi e nei propri fini»[10].

Il fondamento della giuridicità della norma canonica è dunque nella stessa struttura costituzionale del popolo di Dio e, quindi, nella missione della Chiesa in vista della salus animarum. Essendo poi comunione e missione alla radice dell’onestà e della trasparenza, queste stesse diventano in tale modo categorie ecclesiali, in quanto direttamente riferite alla Chiesa come popolo di Dio, che è chiamato a vivere in comunione, corresponsabilità, solidarietà e piena partecipazione nell’osservanza della legge di Dio.

Così agendo verrà data una testimonianza coerente che possa dimostrare che gli amministratori svolgeranno un ministero prezioso ed impegnativo, necessario affinchè la Chiesa sia pellegrina su questa terra; in considerazione del fatto che «Il compito della Chiesa, e il merito storico di essa, di proclamare e difendere in ogni luogo e in ogni tempo i diritti fondamentali dell’uomo non la esime, anzi la obbliga ad essere davanti al mondo “speculum iustitiae”» (GIOVANNI PAOLOII).

  1. PAOLO VI, Cost. pastorale Gaudium et spes n. 76.
  2. Solo «mediante un impegno di immaginazione comunitaria è possibile trasformare non solo le istituzioni ma anche gli stili di vita, e suscitare un avvenire migliore per tutti i popoli» e per la stessa Chiesa. PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA GIUSTIZIA E LA PACE, Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica e competenza universale, Conclusioni.
  3. «Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Ap. Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001 (AAS 93 [2001266-309), 43.
  4. Cfr. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. past. Gaudium et spes, 69.
  5. Cfr. Cann. 1263; 1277; 1281; 1292, § 1.
  6. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Sovvenire alle necessità della Chiesa. Corresponsabilità e partecipazione dei fedeli, Roma, 14 novembre 1998, n. 11.
  7. L. MISTO’, I beni temporali della Chiesa. Commento al libro V del Codice di Diritto Canonico, in “La scuola Cattolica” (1991), p. 45.
  8. BENEDETTO XVI, Angelus III Domenica di Avvento , Piazza San Pietro, 16 dicembre 2012.
  9. FRANCESCO LOZUPONE, Corresponsabilità e trasparenza nell’amministrazione dei beni della Chiesa, Aracne editrice, 2015, Roma. p. 16.
  10. GIOVANNI PAOLO II, Discorso alla Canon Low Society of Great Britain and Ireland, del 22 maggio 1992: in Communicationes XXIV (1992). P. 10.

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