Un fenomeno alquanto delicato, purtroppo in continuo aumento, è quello della riduzione ad uso profano dei luoghi di culto e della loro nuova destinazione. I costi di gestione e manutenzione dei beni mobili ed immobili culturali ecclesiastici, la crescente fuga di fedeli nonché la crisi vocazionale, hanno infatti determinato la necessità di intervenire cercando di comprendere come “controllare” l’espandersi di questo fenomeno attraverso un ripensamento della gestione del patrimonio culturale ecclesiastico, con particolare riferimento ai luoghi di culto. Così la Santa Sede è intervenuta attraverso delle linee guida approvate dal Pontificio Consiglio della cultura e dai delegati delle Conferenze Episcopali di Europa, Canada, Stati Uniti d’America ed Australia. Il suddetto documento, pubblicato il giorno 18 dicembre u.s. nel sito del Dicastero competente in materia, arriva a conclusione del convegno internazionale promosso appunto dal Pontificio Consiglio della cultura dal titolo “Dio non abita più qui? Dismissione di luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici”. L’obiettivo di queste linee guida è quello di offrire alle comunità ecclesiali gli strumenti idonei ad affrontare questo delicato fenomeno preservando le chiese dismesse da un riutilizzo improprio così da prevenire situazioni imbarazzanti per l’intera comunità cristiana in considerazione della necessità che la Mater Ecclesia resti sempre speculum Iustitiae.
Sarebbe dunque auspicabile approfittare di questi innumerevoli cambiamenti che segnano la nostra società e le nostre culture per dare inizio ad una nuova valorizzazione e gestione del patrimonio culturale, soprattutto con particolare riferimento agli spazi di culto in eccesso da parte della Chiesa. Partendo infatti dal dato che una Chiesa abbandonata costituisce una contro-testimonianza, molte diocesi hanno deciso di utilizzare quegli edifici di culto in modo non liturgico pur mantenendone la proprietà oppure di venderli ad altra istituzione o privati. Tuttavia sarebbe certamente più conveniente che i proprietari ecclesiastici si interrogassero su come individuare nuove risposte pastorali più adeguate ai nuovi bisogni della comunità attraverso l’offerta di questi spazi per finalità sociali, culturali, di accoglienza e relazione. Certamente a questo allude Papa Francesco quando afferma che «la riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie»[1]
In questo importante e delicato ripensamento della gestione del patrimonio culturale ecclesiastico è fondamentale – secondo il documento – coinvolgere nella programmazione le comunità cristiane locali e cercare un’intesa con le comunità civili poiché, come si legge, “la cura del patrimonio culturale religioso è responsabilità principalmente di tutta la comunità ed in particolare di quella ecclesiale”.
Il ruolo delle comunità e dei processi partecipativi è sottolineato da tutti i documenti internazionali più recenti in materia, quali la Framework Convention on the Value of Cultural Heritage for Society del Consiglio; in particolare la questione della partecipazione delle comunità religiose è stata approfondita dallo Statement on the Protection of Religious Properties within the Framework of the World Heritage, Convention che ha trovato ampia diffusione nei dibattiti UNESCO.
In sintesi, il contesto internazionale orienta il ragionamento sulla conservazione degli edifici e dei loro contesti su tre filoni di ricerca: nel primo ogni singolo elemento del patrimonio ecclesiastico viene considerato come appartenente ad un sistema urbano o rurale, territoriale e paesaggistico, di cui la trama relazionale costruita sui valori religiosi costituisce la struttura visiva e culturale portante. Pertanto eventuali processi di dismissione e riutilizzo e’ necessario che si inseriscano in un sistema di relazioni locali che non prescindano dal proprio valore sociale, culturale e religioso. In secondo luogo poiche’ il patrimonio immateriale, anche spirituale e religioso (riti, devozioni, pratiche liturgiche, consuetudini sociali ecc.) rende comprensibile il valore del patrimonio materiale, non si può prescindere dalla corretta interpretazione dei significati sottesi ad ogni bene materiale. Ed infine il coinvolgimento delle comunità locali, religiose e civili, nei processi di conoscenza e decisione è un momento fondamentale per ogni pianificazione di interventi di riuso, che non può non fondarsi sulla diffusa consapevolezza dei valori in gioco.
E’ dunque evidente che il riutilizzo di questi patrimoni non può prescindere da un’approfondita conoscenza e rispetto dei valori culturali e religiosi ad esso sottesi, e da un protagonismo delle comunità cristiane locali nella scelta di progetti di trasformazione, affinché queste siano sostenibili da un punto di vista tecnico, economico, sociale e culturale, in dialogo con le comunità civili e tutti i soggetti pubblici e privati interessati.
Il dato dunque principale e’ che gli edifici sacri sono un segno visibile della presenza di Dio nella società, oggi sempre più secolarizzata e nello stesso tempo multireligiosa e svolgono, in genere, un ruolo di qualificazione dell’ambiente urbano e rurale, oltre a possedere una funzione polarizzante in termini urbanistici. La loro leggibilità evangelizzatrice dunque permane anche qualora perdano il loro uso liturgico. L’edificio chiesa, infatti, non può essere valutato solo in termini di prestazione funzionale. Una chiesa infatti non si limita semplicemente ad accogliere qualcosa o qualcuno, ma puo’ essere considerata come un contenitore di azioni che solo qui acquistano pieno significato e nello stesso tempo conferiscono al luogo un’identità immediatamente percepibile e perdurante. Proprio per questi motivi la cessazione di uno spazio liturgico non comporta affatto automaticamente la sua riduzione a un manufatto privo di significato e liberamente trasformabile in qualsivoglia di diverso, poiché i significati acquisiti da esso nel tempo e la sua presenza reale all’interno della comunità non sono, in realtà, riducibili ad argomentazioni tecniche o finanziare, ma considerano necessariamente la sua ragion d’esistere e di essere chiesa.
Le chiese infatti sono la perfetta sintonia di elementi spaziali e di continuità identitaria. Da un lato c’e’ la loro stabilità in un territorio delineato da un contesto geografico, culturale e sociale; dall’altro, considerate le trasformazioni storiche dei riti, della spiritualità e delle devozioni, devono poter seguire la vita delle comunità chiamate a operare con discernimento nella dialettica tra fedeltà
alla memoria e fedeltà al proprio tempo.
Letto dunque alla luce di tale dinamismo trasformativo, l’eventuale processo di dismissione e di riuso costituisce un momento alquanto delicato. Di qui la necessita’ che le trasformazioni richieste per questi processi si inseriscano consapevolmente in una storia comunitaria di lunga durata, nel rispetto delle permanenze delle strutture originarie, ma anche delle stratificazioni successive attraverso una vera e propria pianificazione responsabile del loro futuro riutilizzo.
La cura e la salvaguardia di questi patrimoni e’ infatti in primis una responsabilita’ di tutta la comunità e in particolare di quella ecclesiale che dovra’ agire anche in collaborazione con i professionisti della conservazione nonche’ con le autorità dello Stato a ciò preposte. Proprio per questo e’ necessario che i soggetti primi responsabili dei beni in questione abbiano un’adeguata formazione nell’ambito della gestione dei beni culturali.
Si raccomanda inoltre che ogni ente ecclesiastico rediga un inventario dei propri beni immobili e mobili e, in particolare per i beni di interesse culturale, un catalogo più accurato. Si esorta ad avere particolare cura nel censire e monitorare il patrimonio religioso non più utilizzato assicurandone la custodia, la manutenzione continua e la messa in sicurezza.
Inoltre ogni decisione sul patrimonio culturale dovra’ essere inserita in una visione territoriale complessiva delle dinamiche sociali, delle strategie pastorali e delle emergenze conservative in accordo con le norme internazionali e nazionali relative al patrimonio culturale, attraverso una pianificazione dell’uso del patrimonio immobiliare ecclesiastico.
Sara’ dunque fondamentale che la comunità ecclesiale si confronti con la comunità civile presente sul territorio, disposta a dare al bene una finalità più ampia. Il processo di ricerca di uso futuro di una chiesa dismessa deve coinvolgere gli specialisti del patrimonio, gli architetti, gli operatori sociali e i fedeli. Quando poi non sara’ più possibile mantenere un edificio religioso come tale, sara’ comunque necessario assicurargli un nuovo uso religioso culturale o caritativo, per quanto possibile compatibile con l’intenzione originale della sua costruzione. Sembrano pertanto da escludere riutilizzi commerciali a scopo speculativo, mentre potrebbero essere considerati quelli a scopo solidale.
Queste prime considerazioni del documento pubblicato vogliono essere un punto di partenza di un discorso che sara’, nei prossimi mesi, necessariamente e doverosamente approfondito e sviluppato anche in altre sedi.
[1] Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium sull’annuncio del vangelo nel mondo contemporaneo, 24 novembre 2013, n. 27
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